Musica

Border Community showcase @ Viper Theatre · Firenze

Postato il 21 marzo 2012 in Live, Musica
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Kate Wax · Luke Abbott · James Holden (dj-set)
16 marzo 2012 @ Viper Theatre – Firenze (IT)

Seratona targata Border Community, casa discografica fondata nel 2003 da James Holden e produttrice di nomi come di Nathan Fake, Extrawelt e Fairmont.

Dopo la solita infinita attesa targata Viper (poco allietata da un drink pagato la modica cifra di 7 euro), il concerto inizia con la signorina Kate Wax, ultima arrivata in casa Holden, appena uscita con il suo nuovo album Dust Collision, e nome a me completamente nuovo.

Sul palco in realtà sono in due, lei, di tratti e vocalizzi estremamente Björkiani, e lui, bassista-biondo-belloccio-abbastanza-inutile se non per la sua maglietta bianca che ad un certo punto serve da sfondo per una proiezione. La performance viaggia su sonorità scure ma molto cangianti, sulle quali naviga la voce da usignolo della signorina Kate, mentre una serie di giochi di luci illuminano le due figure immerse nel buio del palco.
Ora, detta così sembra quasi una roba brutta. In realtà la performance è piacevole, una sorta di cammino suggestivo abbastanza oscuro, scandito da bassi molto profondi e cadenzati e melodie elettro-minimal piuttosto viaggiose. Si alternano momenti ritmati a pezzi più melodici, distorsioni elettroniche a suoni analogici, creando una sorta di nebbia digitale nella quale è facile perdersi. L’unico neo è che, come già detto, ho avutouna netta sensazione di già sentito, e il ripetersi dell’accoppiata base veloce/canto melodico alla fine rischia di diventare un pò noiosa.

La nebbia creata da Kate Wax si dissolve istantaneamente all’ingresso di Luke Abbott, stranerd con tanto di occhialoni, techno-man che per fortuna non conosce solo la cassa dritta ma che come tutti i recenti personaggi del genere a volte soffre di loop estremamente lunghi. In ogni caso le sue sonorità sono mutevoli e spesso prismatiche, come degli arcobaleni che si muovono su un basso incalzante quanto basta.

E alla fine, da sotto la consolle, spunta James Holden (no, comuqnue dal vivo non l’avevo mai visto, pensavo fosse più figo, ecco, ma son quisquilie eh), atteso da tutti e soprattutto da coloro che ormai hanno scaldato le gambe. E anche se il suo è “solo” un djset, il giovane Holden non vuole deludere: anche al mixer riesce a mostrare tutte le sue qualità creando una sorta di forte legame tra la sua nomina di artista e quella di dj. Il suo è un crescendo, un alternarsi di ritmi geometrici e spezzettati. Si balla e lo si fa con gusto, mentre Holden spazia tra i generi e li assembla talmente bene da costruirci uno stile unico che, sviscerato, contiene neopop, techno, house, elettronica e drum’n’bass. Il tutto sembra costruito millimetricamente, non una sbavatura, non un pezzo fuori posto. Si, ok, calmi, stiamo comunque parlando di un dj set di elettronica, non del concerto della Filarmonica di Vienna, ma nel suo genere credo sia uno dei migliori che io abbia sentito. L’ultimo disco lo suona a luci accese, ma la gente continua a ballare. Usciamo stanchi e sudaticci, ma con la netta sensazione che ci sia del buon margine affinchè l’etichetta del buon Holden porti davvero qualcosa di buono in un genere a volte abusato ma spesso anche maltrattato da chi dice che se non c’è la chitarra non è musica, facendo un pò di tutta l’erba un fascio. L’unico rammarico è che il merchandising era assente, e io avrei tanto desiderato una maglietta con su scritto “The idiots are winning”.

Un ringraziamento speciale va ai miei compagni di viaggio: Gaz, Marcello (che ringrazio anche per le foto), da di lui compagna Virginia e il di lei amico di cui non ricordo il nome (perdono).

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